Elisabetta Sirani e il potere dell’arte, strenua paladina di ogni speranza

Un exemplum di coraggio, emancipazione e talento nella Bologna secentesca

Elisabetta SiraniCulturalmente, scientificamente e civilmente parlando, Bologna è sempre stata in prima linea, avanti anni luce rispetto a tante altre città. Basti pensare che proprio nel centro felsineo nel 1088 nacque la prima università al mondo e sempre lì nel 1257 fu abolita, per la prima volta in Italia, la servitù della gleba.

In quella stessa Bologna, all’epoca appartenente allo Stato Pontificio, ampiamente rinnovato in seguito al turning point ecclesiastico segnato dal Concilio di Trento, l’8 gennaio 1638, sotto il segno del Capricorno, nacque la pittrice Elisabetta Sirani, come si legge nell’autobiografica Nota delle pitture fatte da me Elisabetta Sirani.

(Per approfondimenti scopri il libro di Angela Frattolillo Elisabetta Sirani. Il genio e la grazia nel Seicento bolognese.)

Felice connubio di naturale bellezza ed eroica virtù

Dai pochi autoritratti che abbiamo, sembra che Elisabetta fosse una donna molto bella e non solo per il fiorire della sua giovinezza che ahinoi se la portò via.  Alla beltà esteriore s’accompagnavano infatti non poche virtù, racchiuse nell’animo di questa fanciulla che segnò la storia dell’arte, della sua terra natìa e del Seicento. Raccontano possedesse le stesse virtù che tentò di concretizzare raffigurando con tanta soavità celeberrime protagoniste di miti e storie passate come Porzia che si ferisce la coscia, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno e Giuditta con la testa d’Oloferne. Si tratta di donne coraggiose, lodate nei secoli per le eroiche gesta di cui si fecero promotrici in un mondo in cui la forza, il valore e la Virtù in senso lato erano qualità prettamente mascoline e le potevano incarnare soltanto gli uomini più nobili.

Stile ereditato e innovazioni espressive

E fu proprio un uomo, suo padre, il pittore e mercante d’arte Giovanni Andrea Sirani, primo assistente di Guido Reni, a trasmetterle doti e passione e a iniziarla alla pittura. La corrente artistica in cui la si colloca è la cosiddetta Scuola Bolognese. Partendo dallo stile ereditato dal padre, dal classicismo barocco di Guido Reni e andando ancora più a ritroso dal grande maestro Raffaello, arrivò infine ad elaborarne uno tutto suo, più realistico e naturalistico, più vicino alla Scuola Veneta e al Guercino in primis. Si è parlato del suo stile definendolo come barocco “ultramoderno”. Sulle sue tele, in cui spiccano le diverse tonalità e il senso del chiaroscuro, si osserva uno stile pittorico molto espressivo, caratterizzato da veloci ampie pennellate di un impasto di colore fluido, come imponeva la contemporanea tecnica della cosiddetta “sprezzatura”. Lavorò molto anche ad acquerello e con l’incisione all’acquaforte esercitandosi nelle tecniche più disparate.

Paideia e talento: le prime opere

Elisabetta ebbe anche una vasta e completa formazione: studiò i classici, la filosofia, il razionalismo scientifico del suo tempo, la musica ed ebbe libero accesso a tutta una serie di collezioni private d’opere d’arte e mirabilia che certamente ispirarono e influenzarono molti dei suoi lavori. Il suo talento si esternò precocemente e a soli diciassette anni ella dipinse i primi ritratti, molti dei quali anche allegorici come la Contessa Anna Maria Ranuzzi ritratta come la Carità o Vincenzo Ferdinando Ranuzzi in veste di Amore, ai quali seguirono i cosiddetti “quadretti da letto”, piccoli dipinti devozionali eseguiti per committenti privati, come il Sant’Antonio da Padova e il Gesù bambino o le bellissime Madonna della Rosa e la Madonna del Cuscino. In queste e in molte altre opere dai temi religiosi trovano ampio spazio la pietà, la misericordia e l’amore più sacro, come quello della Madonna per il Bambino, dipinto con una grazia fuori dal comune e un’affettuosa vicinanza ai soggetti, dai quali traspare il loro lato più umano.

Acme artistica e il disegno come arma d’emancipazione

Elisabetta Sirani autoritrattoNel 1662, a soli ventiquattro anni subentrò al padre, malato di gotta, a capo della sua bottega, dove operavano già molte donne. La città di Bologna iniziava infatti a incoraggiare un lento coinvolgimento delle donne nella vita pubblica e vantava grandi personalità femminili anche in campo artistico come Lavinia Fontana e Properzia de’ Rossi. Tutto questo in un’epoca in cui il mondo dell’arte, così come tante altre sfere civili, era una prerogativa unicamente maschile e le donne “pittrici” erano pochissime, solitamente mal viste perché si occupavano di questioni in cui non avrebbero dovuto immischiarsi. Chi non si sposava, prendeva di prassi la strada monacale del convento.

Elisabetta rimase invece una pittrice nubile e continuò coraggiosamente a firmare tutte le sue opere affermando la sua identità artistica e soprattutto sociale in un’era in cui le firme femminili non avevano alcuna valenza legale.

Genio creativo e virtuosismo in carriera

D’altronde era impossibile negare il genio, il virtuosismo e la creatività che contraddistinsero questa donna erudita e coltissima, ampiamente lodata, venerata e rispettata. Godette subito di grande fama e ottenne presto importanti lavori su commissione di nobili aristocratici ed ecclesiastici, compresi alcuni membri della famiglia Medici e la duchessa di Baviera, come ad esempio la splendida pala d’altare del Battesimo di Cristo alla Certosa di Bologna.

Divenne poi professoressa all’Accademia nazionale d’arte di San Luca in Roma e fu la prima artista donna in Europa a fondare una scuola prettamente femminile di pittura, l’Accademia del Disegno, frequentata anche dalle sue sorelle minori, iniziate anch’esse all’arte.

Tragica morte e Fortleben di un astro nascente

Nell’arco di dieci anni dipinse in tutto quasi 200 tele, 15 stampe, disegni acquerellati e incisioni all’acquaforte, fino alla tragica morte precoce, avvenuta forse per un misterioso avvelenamento da parte di qualcuno geloso della sua fortuna o forse, meno fascinosamente, per un brutto attacco di peritonite avvenuto in seguito alla rottura di un’ulcera peptica.

Fu sepolta il 29 agosto 1665 accanto a Guido Reni nella cappella del Rosario della Basilica di San Domenico nella sua amatissima Bologna.

Un fiore reciso anzitempo, ma amatissimo nel suo secolo e continuamente riscoperto in quelli successivi. Le sue opere sono oggi esposte nelle maggiori collezioni pubbliche e private d’Europa e degli Stati Uniti. Vale senza alcun dubbio la pena di affrontare tutti i chilometri che le separano per poterle ammirare almeno una volta nella vita e lasciarsi stregare dal malioso potere che un disegno può contenere.

Non solo un tema, non solo un soggetto, ma in ogni suo schizzo c’è un pezzettino della sua vita, della sua persona, delle sue battaglie personali, dei suoi sogni e delle speranze che ha lasciato in eredità al mondo che ha dovuto purtroppo abbandonare in giovanissima età, così come, parafrasando Menandro, tutti gli esseri umani più cari agli dèi.

L’evento

Presentazione del libro Elisabetta Sirani La Quadreria

La redazione – Silvia Pasetto

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