Al MAR di Ravenna le celebrazioni per il 170° anniversario della scomparsa di Thorvaldsen

È prevista per martedì 22 luglio alle ore 18 nella sala multimediale del MAR (Museo d’Arte) di Ravenna la presentazione del saggio “Thorvaldsen. La bella malinconia” di Pierluigi Moressa: l’appuntamento fa parte delle celebrazioni per la ricorrenza del 170° anniversario della scomparsa dello scultore danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844), trapiantato a Roma dall’otto marzo 1797, di cui il museo ravennate ospita, tra gli altri, il “Busto di Sant’Apollinare”, patrono della città, eseguito nel 1822.ThorvaldsenFronte_cover Una data, il 22 luglio, che non a caso precede di poche ore il giorno del Santo patrono di Ravenna (23 luglio) che è appunto Sant’Apollinare: l’opera di Thorvaldsen lo coglie in un momento di intima spiritualità, testimonianza di un afflato religioso intriso di neoclassicismo. Poco dopo la presentazione del libro di Moressa edito da Persiani, casa editrice bolognese, il pubblico potrà entrare alle ore 19 nei sacrari dell’arte figurativa, ovvero nella Pinacoteca dello stesso MAR, riconoscibile grazie alla sua elegante loggia a cinque archi, per vedere di persona la scultura il cui modello originale in gesso è conservato al Museo Thorvaldsen di Copenaghen. L’iniziativa sembra richiamarsi al motto latino “Ars gratia artis”: la letteratura, nello specifico una guida storico – artistica dedicata a uno scultore che non si è accontentato di un ruolo di comprimario di fronte all’astro nascente dell’italiano Antonio Canova, funge così da supporto alla contemplazione visiva dell’opera di un artista che si è avvalso, nel delineare il suo neoplatonismo, del contributo dello stile classico, della passione mediterranea e della purezza del nord.

Il libro
In un’epoca, il Settecento, in cui il termine «malinconia» comincia a distinguersi per i suoi effetti clinici, lo scultore nato accanto al genio di Canova, ce ne dà una versione cosiddetta «bella», emblema di una generazione che sa cogliere i primi palpiti dell’imminente Romanticismo in una frenesia contemplativa volta a catturare la perfezione dell’opera e a esaltare l’immortalità dell’artista. Si scopre così, durante la lettura del saggio di Moressa, la vicenda umana e artistica dello scultore danese: il temperamento umbratile, le difficoltà nelle relazioni affettive, l’oscillazione perenne del suo umore, propenso a fasi di profonda malinconia e a esaltazioni euforiche, diventano il preludio di un‘esperienza estetica unica nel suo genere, descritta con grande efficacia dalla prosa chiara di Moressa, già penna versatile in quanto giornalista pubblicista, capace di recuperare dall’oblio l’Arte attraverso l’arte della letteratura, fuse in una cognizione da vivere all’interno del Museo d’Arte di Ravenna come se fosse una rêverie senza età.

L’autore
L’autore del saggio Pierluigi Moressa (Forlì 1959), è un medico psichiatra, membro associato alla Società Psicoanalitica Italiana: i suoi studi, per certi versi affini al campo della psicologia dell’arte, si rivolgono in particolar modo al rapporto tra processi di pensiero e attività creativa. Ha scritto numerosi saggi su figu­re appartenenti al mondo dell’ar­te, della storia e della letteratura.
Si è dedicato anche all’approfondi­mento di temi locali, pubblicando guide storico-artistiche riguardanti città e luoghi della Romagna. Ha partecipato come relatore a conve­gni in tema clinico e di storia della medicina; suoi articoli sono apparsi su riviste a varia diffusione. Per Per­siani ha già pubblicato Il teatro di Die­go Fabbri. Gesù e il seduttore e A vegh par la mi strê. Vita di Aldo Spallicci.

La presente vale come invito.

Camilla Bottin
Ufficio Stampa Persiani Editore

 

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