Trattare viti come chiodi

Si offre un estratto dell’Introduzione al volume “Si guarda ma non si tocca”
a cura di Angelo R. Pennella

Si guarda ma non si tocca

Alcuni anni fa mi trovai a casa di un amico mentre due operai stavano montando un guardaroba. Rimasi colpito dal modo con cui fissavano la schiena ai fianchi dell’armadio: prendevano delle viti a legno, le tenevano tra le dita come se fossero chiodi, davano due o tre martellate e, solo a quel punto, le avvitavano.

Grazie a questa tecnica, indubbiamente comoda ed efficiente, il montag­gio si concluse in breve tempo, con grande sod­disfa­zione del mio amico che aveva inserito quella consegna in una delle sue molte giornate piene di impegni.

Si tratta di un piccolo episodio che mi consente però di formulare due riflessioni pertinenti al tema di questo libro.

La prima riguarda l’efficienza della tecnica: efficienza su cui si sviluppò una evidente collusione (Carli, Paniccia 2003) tra gli operai e il mio amico. In effetti, per tutti loro, la priorità era quella di ottenere velocemente il risultato desiderato senza scombinare troppo i propri programmi: da un lato, v’era infatti chi dove­va consegnare un gran numero di mobili in tempi piuttosto esigui, dall’altro, chi aveva impegni, lavorativi e non, a cui non voleva in alcun modo rinunciare. In sostanza, quell’armadio doveva essere inserito in agende che non dovevano essere “perturbate”.

Viene da pensare alla «domanda di muta­men­­to preordi­nato» proposta da Massimo Grasso (2016) in cui la richiesta di intervento clinico espres­­sa dal paziente è caratterizzata da una forte componente manipolatoria che propone allo psicologo una sorta di pacchet­to preconfezionato affinché quest’ultimo non ponga troppe domande, si limiti cioè a eseguire le istru­zioni in esso contenute. Ecco dunque un armadio che deve essere montato senza alterare l’assetto preesistente, in tempi e con modalità predefinite, evitando qualsiasi domanda sul senso di quell’uso un po’ perver­so di viti trattate come chiodi.

D’altro canto, tutto ciò è coerente con la tendenza della nostra cultura ad attribuire sempre maggiore importanza all’efficienza e ciò anche a detrimento di una riflessione sul significato delle cose. Tenden­za evidente anche in ambito clinico e psicoterapeutico in cui alla standardizzazione delle procedure si affianca l’enfasi riconosciu­ta alla brevità e rapidità dell’inter­ven­to. Il rischio, in questi casi, è quello di comprimere proprio quegli spazi di pensiero deputati ad attribuire senso a emozioni e comportamenti. Il disagio si trasforma così in qualcosa da inserire in questa o quella categoria diagnostica o, peggio, lo si considera un “guasto” da “aggiustare” il prima possibile. In questa prospettiva, l’oggetto della psico­te­ra­pia tende quindi a essere inteso come un malfunziona­­mento, una difettosità dell’individuo che non deve essere compresa ma riparata (Benasayag 2015).

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Dando per scontato che il lettore conosca le differenze esistenti tra una vite a legno e un chiodo, mi sembra evidente che gli operai impegnati nel montaggio del guardaroba abbiano di fatto negato tali differenze piegando l’oggetto ai loro bisogni. Ora, la questione che mi sembra utile evidenziare in questa sede è proprio la noncuranza espressa nei confronti delle caratteristiche dello strumento tecnico (le viti) che si stava utilizzando.

Mi viene da pensare a chi invita i pazienti a collocare alle proprie spalle il device usato per la connessione, simulando così la presenza del terapeuta dietro di loro, o a chi chiede ai pazienti di distendersi sul letto di casa, come se si trovassero sul divano analitico. Fino a che punto questo tipo di richieste agisce una disattenzione nei confronti delle caratteristiche dello strumento tecnico (setting online) analoga a quella espressa dai due operai nei confronti del loro strumento? È infatti indubbio che il letto posto nell’abitazione del paziente non è il lettino nello studio del terapeuta, così come quelle viti a legno non erano chiodi.

In altri termini, la relazione a distanza è diversa da quella in presenza così come il setting online è diverso dal setting offline. Il punto è che non si tratta di assegnare un primato a questo o a quel dispositivo, né di assimilare l’uno all’altro, ma di comprendere le caratteristiche strutturali e le interconnessioni che questi due assetti organizzativi dell’intervento possono avere sul processo clinico.

[…]

Senza quindi entrare nel merito dei singoli contributi, mi limito a segnalare al lettore il percorso concettuale a cui è invitato, un percorso che, si badi bene, non aspira a dare soluzioni rapide e preconfezionate ma a sollevare questioni e sollecitare riflessioni. Sebbene il trait d’union di tutti i contributi sia ovviamente quello della relazione a distanza in psicologia clinica e psicoterapia e del setting online, ci si confronterà, di volta in volta, con tali temi da differenti prospettive. Si partirà infatti dai ragionamenti di Angela Ragonese e Cristina Rubano che intrecciano contesto pandemico e setting, per passare poi ai contributi di Massimo Grasso e Giuseppe Craparo, le cui riflessioni ci inducono a guardare in un’ottica diversa la classica e obsoleta dicotomia tra virtualità e materialità nella relazione clinica. Le caratteristiche del setting declinato in funzione della presenza o della distanza esistente tra gli attori coinvolti nell’intervento clinico è invece l’oggetto principale, seppur non esclusivo, del contributo di chi scrive. Il percorso si conclude con un altro tema che gli interventi a distanza hanno sollevato: l’assenza della corporeità nella relazione. Su questo si focalizzano gli ultimi due contributi presenti nel volume a firma di Gabriele Ronco ed Enzo Finore, entrambi attenti al senso della fisicità e al modo con cui essa permane all’interno della relazione terapeutica online anche in assenza del corpo materiale. A ben guardare, il libro propone quindi una sorta di itinerario che parte dal contesto per giungere all’individuo e al suo corpo, cosa che non ci dovrebbe stupire considerando il fatto che il setting è sia contesto che oggetto del lavoro clinico.

Angelo R. Pennella